Un veneto al Giro delle Fiandre, tra birra ed emozioni uniche

articolo di Marco Donadello

Quante le ragioni che ci portano a seguire uno sport, quanti i motivi che ce lo fanno amare, l’attenzione mediatica, l’eleganza o piacere alla vista che offrono i gesti compiuti dagli atleti, la passione per gli schemi e l’organizzazione o per la sofferenza e la dedizione che gli si devono dedicare, ma anche ragioni più viscerali che danno il la alla conoscenza dei meccanismi non chiari o magari meno affascinanti di altri sport, questo la per me sono state molte cose che fin da bambino mi hanno accompagnato nello scoprire e amare il ciclismo.

Ricordo al bar del paese nelle settimane del giro d’Italia i vecchietti che sbraitavano più che con le loro mogli, contro questi uomini in tutina dalle gambe svelte, le classiche liti domenicali sul canale da sintonizzare e i patiti di calcio, in maggioranza costretti a migrare verso altri schermi. Ricordo mio padre che guardava le corse in gran silenzio elargendo poche parole a commento/spiegazione. E’ così che nasce la passione così si inizia a seguire e capire, ci si appassiona allo sforzo, alla costanza e alla necessità di mantenere la mente lucida, perché anche se le gambe vanno, la testa deve sempre essere in grado di prendere la decisione più redditizia, bisogna sempre avere il pieno controllo del proprio corpo per dosare le forze senza però risparmiarsi, perdendo magari la possibilità di fare risultato.

Crescendo con queste convinzioni, tra tutte le gare che si disputano, il Giro delle Fiandre ne è la perfetta sintesi: terreno difficile, il micidiale pavè, affrontato il più delle volte in questi muri, dalle pendenze impressionanti, brevi ma con la capacità di diventare autenticamente insuperabili se la gamba non ti supporta a pieno. La voglia di essere parte di quelle ali di folla urlante a cospetto degli autori di uno sforzo così impressionante è cresciuta sempre più, da 4 o 5 anni il desiderio di essere presente era sempre più forte fino a diventare amarezza guardando quello spettacolo in TV, fino a che un amico, al quale più volte avevo proposto la trasferta, un giorno mi dice: “Andiamo al Fiandre?” Da li a una settimana c’erano i biglietti prenotati, con la certezza che finalmente avrei visto quello spettacolo.

Dopo qualche bagordo e festeggiamento tra le Fiandre e l’Olanda, arriva il giorno della gara. Abbiamo organizzato tutto, anche se ci manca un aspetto fondamentale: l’esatta posizione del Paterberg, il muro più importante, affrontato in un circuito per ben tre volte, l’ultima a pochi km dall’arrivo, quello dove volevamo essere a tutti i costi presenti. Così tra qualche altimetria e l’aiuto del navigatore ci dirigiamo verso l’arrivo, notando un cartello con una grossa “P” azzurra seguita dalla scritta Paterberg; è il nostro obiettivo e cominciamo a salire quella che per i corridori sarebbe stata la discesa, un’unica altura, tutto intorno pianure prati in fiore e alberi di un verde brillante esaltato dai riflessi di un raro sole belga, luminoso e caldo, un km forse meno.

Appena scollinato, una secca curva a gomito ci apre agli occhi lo spettacolo della salita, pendenza quasi folle, nonostante in quel punto spianasse, tutto lastricato di blocchetti 5×5 cm con il centro circa un centimetro più alto delle estremità, sono come tante piccole salite e discese una vicino all’altra, orientate però tutte in un’unica salita. Sulla nostra destra una transenna, esattamente nel punto dove presumibilmente si sarebbe decisa la gara, lo battezziamo con tutte le nostre vettovaglie senza pensarci due volte, dato che non immaginavamo di trovare molto spazio libero. Dallo scatoloncino dei viveri cominciano a fare capolino le birre e i panini, l’allegria sale, mentre i nostri vicini svizzeri cominciano a scambiare qualche parola con noi, giurando che il loro beniamino avrebbe vinto piuttosto tranquillamente. Noi un beniamino vero e proprio non l’avevamo: il belga Tom Boonen è uno di quei personaggi che si apprezzano sempre, ma di certo ci avrebbe fatto piacere vedere un italiano tagliare il traguardo per primo. Avevamo qualche speranza su Filippo Pozzato, nostro concittadino, ma la contesa era aperta ad ogni soluzione di sorta.

Le ore passano e il muro comincia a riempirsi, stuoli di famiglie che si avvicinano al tracciato, giovani appassionati che scalano alberi, molte ragazze, tantissime se paragonate alle gare di ciclismo italiane. Verso l’una il passaggio della gara femminile e subito mi rendo conto di come sarebbe stato veder passare così vicino anche la gara maschile. Le birre cominciano a calare vistosamente, qualche italiano tenta un approccio più ingolosito dalle nostre cibarie che da quattro esagitati emozionati e stralunati, mentre sul muro comincia a esserci movimento. Poliziotti che vanno su e giù continuamente, forse per tenersi in forma visto che il loro impegno principale era discutere amabilmente tra loro, anche qualche bella poliziotta, distaccata li forse per la gioia degli occhi del pubblico. Le bandiere gialle fiamminghe sono oramai dappertutto, qualche reporter intervista il pubblico e la concitazione cresce sempre di più, dallo schermo si vede poco nulla, si distinguono a malapena i colori delle maglie, tentiamo di capire in quale punto del tracciato è la gara, ma è l’arrivo degli elicotteri a rivelarci che il momento è quello buono.

Il primo passaggio mostra gli uomini ancora piuttosto in forma, c’è una fuga con qualche minuto di vantaggio, che dimostra quanto questi corridori diano tutto, visto che dimostrano coraggio nel partire così presto. Poi giunge il resto del gruppo con un’andatura sostenuta e le urla del pubblico sono sovrastate solo da qualche nostra imprecazione tipicamente veneta alla vista delle maglie delle squadre italiane; i bresciani dietro di noi decidono, quindi, di evitare i filmati e di concentrarsi sulle foto, così da non avere spiacevoli sorprese nell’audio. L’emozione del primo passaggio è difficilmente descrivibile: vedere questi atleti impegnati che faticano e sudano in contrasto con le nostre urla festanti, con la nostra svagatezza acuita dalle numerose birrette che aumentano brio e leggerezza mentale. Mai avrei pensato di sentire il cuore battere così forte, per degli uomini in tutina che fanno una salita in bicicletta.

Nel secondo passaggio ci pare di scorgere davanti al gruppo una maglia gialla, il volto tirato del nostro concittadino Pippo Pozzato, tuttavia non riusciamo a notare Cancellara. Immaginiamo per lui una caduta, visto che dallo schermo più volte abbiamo visto atleti gambe all’aria. Una volta passati i ciclisti la seconda volta, attendiamo, chiedendoci se fosse proprio Filippo quello passato così agile e tranquillo, poco dopo una signora belga, con radio sempre all’orecchio si rende conto della nostra provenienza e non appena la gara prende una piega decisa ci informa prontamente, della fuga di Boonen e della presenza di Ballan e proprio di Pozzato con lui. L’emozione è veramente forte e quando sentiamo per la terza volta gli elicotteri, sentiamo le urla della gente crescere, mentre il dubbio su chi avremmo visto spuntare dal Patenberg aumenta. E’ proprio il nostro beniamino che passa in testa, seguito da Ballan, e da un Boonen con qualche difficoltà, una ruota di distanza forse due, ma il muro è finito e lui può tranquillamente restare con gli altri due.

Non ci resta che avvicinarci al maxi schermo, speranzosi nel guizzo del nostro concittadino, siamo in quattro, abbracciati, tutto intorno migliaia di tifosi dell’idolo di casa, l’epilogo porta l’amaro per noi e la gioia per loro, è un salto unico, tutti all’unisono, nel momento in cui le ruote superano l’arrivo l’adrenalina di tutti esplode, solo che il salto di tutti era un salto di gioia, mentre il nostro era un mero giubilo di rammarico. La vittoria di Tom Boonen non ci ha di sicuro guastato una giornata colma di emozioni e esperienze indimenticabili. Ci avviamo verso la macchina, con la bandierina fiamminga da portare al padrone del pub che il giorno precedente era diventato il nostro birraio di fiducia, certi che un’esperienza così sia da vivere anche i prossimi anni, per poi raccontarla ai vecchietti del paese giocando a carte in osteria assieme a loro.

Revisione a cura di Davide Sannazzaro

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