Tocco ferro e me ne vanto: datemi un altro 2006!
La sera del 9 luglio 2006 ero appollaiato su una panchina in riva al “mio” lago. Era una panchina di legno, di quelle del CAV, scomoda e traballante. Accanto a me gli amici d’infanzia, qualche compaesano e i soliti curiosi saliti sul carro dei vincitori con l’orgoglio di essere italiani, come spesso succede quando vince la nazionale. Ricordo che al rigore su Malouda stavo bevendo una birra, che al pareggio di Materazzi contestavo il nostro cattivo approccio col mio vicino di posto, che all’espulsione di Zidane telefonavo a un amico che non aveva potuto essere dei nostri, che al rigore di Grosso saltò la corrente e ci perdemmo la gioia sportiva più grande per un tifoso di calcio. Ora, non dico che stasera non berrò birra o che telefonerò per 90 minuti, non spererò in un cattivo approccio né in un cortocircuito. Però sarò di nuovo lì, in riva al “mio” lago, accanto agli amici d’infanzia, a tifare la nazionale.
La scaramanzia è una brutta bestia e, per un motivo o per un altro, noi italiani ce l’abbiamo nel sangue: scongiuri, corna, dita incrociate, voti alla Madonna, cerimoniali e abitudini accompagnano inevitabilmente la nostra vita col miraggio di migliorarla. Lo sport, ovviamente, non fa eccezione. Il calcio, in particolare, ce l’abbiamo tatuato nel fondo della nostra anima: “Alcuni dicono che il calcio e la vita non hanno niente in comune – affermò una volta lo scrittore argentino Eduardo Sacheri -. Non so quanto queste persone ne sappiano della vita, ma di una cosa sono sicuro: non sanno niente di calcio“. E’ inevitabile quindi che la gioia calcistica dia un senso alla nostra esistenza e, in certi casi, tutti i sensi. Per ottenerla ci aggrappiamo a qualsiasi cosa e siamo disposti a tutto: ed è da qui che nascono alcuni dei più stravaganti riti scaramantici mai escogitati dall’essere umano.
Secondo uno studio di Logitech, il 65% dei maschi italiani intervistati prima di Euro 2012 dichiarava che si sarebbe seduto sempre nello stesso punto del divano per evitare di portare sfortuna alla propria squadra; alcuni dicevano che avrebbero rinunciato perfino alle cure personali, per esempio non tagliandosi la barba per tutta la durata dell’Europeo; il 15% dei “sondati” garantiva che avrebbe cantato l’inno nazionale all’inizio di ogni partita, mentre un uomo su dieci assicurava che avrebbe indossato un capo d’abbigliamento portafortuna. Gli addetti ai lavori, però, non sono da meno: leggendari il cappottone di Ulivieri e il k-way di Spinelli, i riti anti-sfiga di Romeo Anconetani e Oronzo Pugliese (con lo spargimento del sale prima delle partite, poi scimmiottato da Lino Banfi alias Oronzo Canà) e quelli mitico-sacrali di Trapattoni (che in Corea e Giappone 2002 aspergeva panchina e aree attigue con acqua santa donatagli da una sorella suora).
Volente o nolente, consapevole o meno, ciascuno di noi stasera ricorrerà ai propri espedienti: perché “non è vero, ma ci credo”, perché “non si sa mai”, perché “se non lo faccio e poi perdiamo…”. Io stesso asseconderò questa debolezza tutta italica, sperando di fare un favore agli azzurri e di poter gioire di nuovo, in riva allo stesso lago, con gli stessi amici e sulla stessa panchina scomoda che aveva traballato e si era ribaltata in quella meravigliosa notte del 9 luglio 2006.
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