Il crollo di Hewitt e una generazione giunta al termine

Rod Laver e John Newcombe in passato, Patrick Rafter e Mark Philippoussis in epoca più recente, il movimento “aussie” si è contraddistinto per aver regalato tanti atleti di spicco al tennis mondiale. L’ultima meraviglia, Lleyton Hewitt è agli sgoccioli di una carriera che l’ha visto per un decennio, splendido protagonista del circuito, un campione poco amato per uno stile di gioco ultradifensivista ma allo stesso tempo essenziale che ha permesso al tennis australiano di respirare in attesa di un crollo per certi versi atteso ma difficile da accettare soprattutto se a cadere è una potenza capace di aggiudicarsi ben 27 edizioni della prestigiosissima Coppa Davis.

Bernard Tomic – Foto Christian Mesiano (Creative Commons)

Attualità – Un solo giocatore tra i primi 30 al mondo (Bernard Tomic), comunque destinato a scendere di classifica dopo la fallimentare campagna di Wimbledon, appena 3 giocatori nei primi 100: (Marinko Matosevic e Matthew Ebden), Lleyton Hewitt numero 202, insomma se non è disastro poco ci manca soprattutto alla luce dello storico record negativo toccato sull’erba londinese, per la prima volta dal 1938 la nazione dei canguri non è rappresentata al secondo turno del torneo più prestigioso al mondo. Soltanto 12 mesi fa, Pat Cash, campione degli anni ’80 e vincitore di Wimbledon aveva anticipato la triste realtà con il solito pragmatismo che contraddistingue il personaggio, mettendo in luce la totale assenza di ricambio generazionale tra la vecchia e la nuova generazione. Il giovane Bernard Tomic non ha l’esperienza per sostenere il peso di una grande tradizione come quella australiana e l’ha dimostrato a Wimbledon, più giovane “quartofinalista” dai tempi di Boris Becker l’anno passato, oggetto misterioso quest’anno contro il non irresistibile David Goffin.

Hewitt al servizio – Foto di Julie Edgley (Creative Commons)

Il calo di Hewitt – Fuori dai primi 200 del mondo ma comunque rappresentante degli australiani nel prossimo torneo olimpico di Londra, Lleyton Hewitt ha mascherato per anni la sofferenza di un movimento in difficoltà nel trovare nuova linfa e giocatori competitivi. Il “numero 1 dei record”, a soli 20 anni, è stato per almeno un biennio il punto di riferimento del tennis mondiale grazie ai trionfi agli Open degli Stati Uniti e proprio a Wimbledon. Proprio sull’erba londinese, il nativo di Adelaide è riuscito a interrompere l’egemonia degli interpreti del “serve & volley” e dei grandi attaccanti del circuito dimostrando che anche i grandi giocatori da fondo campo potevano essere competitivi su questo tipo di superficie. La solidità mentale unita a una velocità di piedi con pochi eguali ha reso Hewitt un giocatore magnifico, poco amato dai colleghi ma terribilmente concreto fino ai primi infortuni che hanno avuto degli effetti devastanti su uno stile di gioco che richiede sempre la massima efficienza fisica. Ormai già da qualche anno, l’australiano non è più il fantastico giocatore di un tempo, non vince un titolo da oltre 2 anni e fatica a superare i primi turni dei grandi tornei. Ciò nonostante, la federazione australiana per la rassegna a “cinque cerchi” ha deciso di scommettere su di lui, chiaro segnale di una scarsa fiducia sulle nuove generazioni, ritenute non all’altezza di rappresentare una nazione dal passato glorioso.

Patrick Rafter – Foto Scott Howard (Creative Commons)

Motivazioni della crisi – Quando la “crisi” si trasforma così rapidamente in “crollo”, le responsabilità sono da attribuire agli addetti ai lavori di un movimento che troppo tardi ha preso atto di un problema riscontrabile da circa un decennio. Tennis Australia negli ultimi tempi sta provando a salvare il salvabile con una difficile ricostruzione basata sui giovani che avranno negli anni futuri il difficile compito di risalire dal fondo di un buio e profondo barile. La vicenda contiene al suo interno anche un aspetto paradossale, nonostante la crisi, gli Australian Open, prima prova del “Grande Slam” sono in continua crescita dal punto di vista organizzativo e hanno legittimato negli anni il proprio status di “major”. Allora dove sta il problema? Strutture, diffusione, due aspetti che potrebbero far sorridere ma che sono lo specchio di una realtà dura da accettare. I giovani “aussie” hanno cambiato i loro gusti, il calcio spopola anche nell’emisfero australe e anche uno sport di grandi tradizioni come il tennis risente di un fenomeno sempre più globale. La Federazione locale dovrebbe in questo senso adottare immediatamente una “terapia d’urto” per tornare a diffondere l’uso della racchetta nelle scuole, educare le nuove leve e riformare un parco giocatori che non può essere immediatamente competitivo a grandi livelli, ma comunque degno di una tradizione ultracentenaria. Una frase del presidente del Tennis Australia Stephen Healy riassume la lunga strada che dev’essere percorsa per ritrovare la competitività – “Siamo tutti impazienti di avere successo ma ci vuole tempo perché la situazione attuale è la conseguenza di quello che è stato fatto in precedenza”. Una dichiarazione lucida, realista, di un uomo di sport che sa perfettamente che i nuovi Hewitt, Rafter, Laver non s’improvvisano ma si costruiscono col duro lavoro e con una rinnovata dose di umiltà, perduta da un movimento che si è specchiato troppo nella sua antica bellezza.

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Studente in Scienze politiche, appassionato di basket, ciclismo e motori. Mi occupo di comunicazione sportiva e assieme a Davide Sannazzaro ho dato vita al progetto Eat Sport.

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