Fútbol, una partita della Madonna!

In Argentina fa freddo, tra pochi giorni arriverà l’inverno e i campionati di calcio volgono al termine. Nel Clausura la lotta per il titolo è tuttavia ancora apertissima: quando mancano due partite al termine, il Boca si mantiene primo in classifica, ma paga il rallentamento delle ultime settimane (ha faticato nella semifinale di Copa Argentina per sbarazzarsi del Merlo e domenica in Primera ha pareggiato in casa del Banfield); dietro, ne approfittano tutte: trionfando nei rispettivi impegni, Tigre, Arsenal, Newell’s, Vélez e All Boys (in quest’ordine) rimangono in corsa per conquistare la vetta. Non meno d’impatto i verdetti attesi in zona retrocessione: il celeberrimo e odiatissimo descenso, teoricamente nato per evitare la caduta in B delle grandi squadre, sta infatti per mietere un’altra vittima illustre, il San Lorenzo de Almagro. I cuervos azulgrana sono persi fra problemi societari, difficoltà economiche e lotte senza quartiere per riportare a casa la squadra (che ai tempi della dittatura militare fu costretta a lasciare il “Gasòmetro” e Boedo per andare a giocare in periferia, prima nella cancha del Ferrocarril Oeste, poi -dagli anni ’90- nel “Nuevo Gasòmetro”); Romagnoli e compagni hanno forse sottovalutato le avversarie dirette per la salvezza, o magari si sono arresi all’evidenza: quella di una rosa non all’altezza della categoria, di allenatori mercenari (da Ramòn Dìaz, che conquistò il Clausura 2007 con Lavezzi, si è passati per le esperienze infelici di Diego Simeone e Miguel Angel Russo, per arrivare ai recenti tonfi di Madelòn e ora di Caruso Lombardi), di un generale scoramento che porta dritto dritto ai playout, se tutto va bene.

Playout che vedranno, dalla parte opposta, due compagini della Primera B, o Primera Nacional, equivalente della nostra serie cadetta. Qui, il River Plate si è riportato al comando a due gare dalla conclusione della stagione regolare, scavalcando il Rosario Central che era stato in testa a lungo durante la stagione. Inseguono, a brevissima distanza, Instituto di Còrdoba e Quilmes: dando un’occhiata al calendario, però, Chacarita, Partronato, Almirante Brown e Desamparados non sembrano in grado di impedire alle due nobili decadute il ritorno nella massima serie argentina; quindi i cordobesi e il Cervecero dovranno accontentarsi di sparigliare con terzultima e quartultima di Primera (attualmente, come si diceva, San Lorenzo e San Martìn di San Juàn, sempre in base alla classifica del descenso).

Per onorare la chiusura di un’altra stagione emozionante, e in vista del rush finale che -spareggi compresi- si preannuncia ancora una volta roba per cuori forti (basti pensare a quello che successe appena dodici mesi fa, con il Belgrano promosso a spese del River), EatSport vi propone un inedito: si tratta di un cuento argentino, un racconto del grande Roberto Fontanarrosa. Morto ormai 5 anni fa, el Negro ci ha lasciato in eredità una straordinaria produzione: fumetti e vignette -la sua specialità-, ma anche tanta narrativa, lunga (non entusiasmante) e non. I racconti, racchiusi finalmente in un’edizione integrale dalla spagnola Alfaguara, hanno una caratteristica in comune: l’umorismo, in tutti i risvolti, in senso lato.

Vi chiederete perché un racconto di Fontanarrosa adesso: bè, per il semplice fatto che il Negro era un tifoso sfegatato del Rosario Central, un canalla (o canaya) come dicono sul Paranà. Perché siamo sicuri che anche in Paradiso riuscirà a trovare una bettola, con un tavolino, un bicchiere di vino e un televisore sgangherato che trasmetta la festa promozione della sua squadra del cuore. Carajo!

Nota al testo: il racconto si riferisce ai fatti accaduti tra il 12 (finale d’andata) e il 19 dicembre 1995 (finale di ritorno), allorché il Rosario Central affrontò l’Atlético Mineiro nell’atto conclusivo della Copa Conmebol (oggi Copa Sudamericana). All’andata, i gialloblù rosarini avevano subito una pesante batosta, rientrando dal Mineirao di Belo Horizonte con un passivo di 4-0. L’attesa della gara decisiva è spasmodica e per ribaltare il risultato al Gigante de Arroyito tutto è lecito.

 

Roberto Fontanarrosa – Foto di Facundo Fernandez (Creative Commons)

[...]

Il Faca si grattò la fronte. -Che ne so io. Ti giuro che sono disperato. Prendetemi pure per il culo, ma io se potessi mi metterei a piangere.

-Ah…E pensi che io non lo farei? -se la prese il Pachu, che improvvisamente mostrò un’emozione.

Tornarono al silenzio, interrotto di tanto in tanto da qualche recriminazione calcistica: si chiedevano perché non erano tornati dal Mineirao con qualche gol in meno sul groppone, un 3 a 0, senza chiedere molto, per riporre una minima speranza nella partita di ritorno.

-Solo un miracolo, ciccio- il Pàjaro si stiracchiò sulla sedia di metallo.

-E la chiesa? -domandò allora il Faca, quasi timidamente, come vergognandosi della sua debolezza.

-Che chiesa? -rispose il Pàjaro, con rispetto nonostante tutto.

-La chiesa, la chiesa -aprì le braccia il Faca-. Andare in chiesa, pregare, promettere qualcosa.

Lo guardarono.

-Mia nonna -si affrettò ad argomentare il Faca, spronato dal silenzio accondiscendente dei suoi amici- diceva che lei chiedeva sempre delle cose alla Madonna e che la Madonna non la deludeva mai…

-Tanto ha fatto che è morta, tua nonna.

-Io almeno dico qualcosa, imbecille! -sbottò nervosamente il Faca-. Per lo meno propongo qualcosa, voi non dite un cazzo, non vi viene in mente nulla!

-Anche tu certo proponi qualsiasi cretinata…

-Bisogna ammettere che questo della chiesa è un classico- rifletté Agustin-. Non per niente è un’istituzione che si è mantenuta così a lungo.

-Non per niente ci va così tanta gente- si unì il Pachu.

-Magari facendo un voto… -intervenne il Pàjaro.

-E poi i voti non si rispettano -disse Agustin, dimostrando scarsa fiducia-. Se si perde, perdono le promesse. E se si vince, vincono i giocatori; insomma non gli si dà tanto retta…

-Questo coglione… -il Pachu indicò il Faca- promise che se battevamo il Newell’s non si faceva più seghe per due mesi e non ha mantenuto la parola. Dopo due giorni già stava… -Pachu chiuse il pugno destro come chi afferra un cilindro e lo agitò in aria, in su e in giù.

-Che abbiamo da perdere, idiota? -insisté il Faca, senza prestare attenzione al Pachu-. Andiamo a chiedere una grazia alla Madonna…

Rimasero in silenzio. Il Pàjaro si tormentava un brufolo che aveva in fronte, gli occhi persi nel verde dell’isola.

-C’è un altro modo in cui possiamo essere d’aiuto, se no? -disse impaziente il Faca.

-Si paga per andare in chiesa? -chiese Agu.

-Dici il biglietto?

-Non lo so, qualcosa del genere, io non ci sono mai stato.

-Sì -lo guardò sprezzante il Pachu-. C’è la curva e anche i distinti. Prendi i posti dietro al confessionale!

-Cazzo vuoi, scemo, non ci sono mai stato!

-Io ci sono stato quando ero molto piccolo -disse Agustin-. Mi ci portava mia mamma tutte le domeniche. Ho fatto anche la Comunione.

-Allora sei cristiano: è come essere socio, diciamo. Possiamo entrare con te.

-Io l’unica volta che ci sono stato -raccontò il Pachu, scandendo le parole- mi tirarono dell’acqua in testa e non ci sono andato più. Fu quando mi battezzarono.

Risero un po’. Però il Faca continuava a star serio.

-Io ci vado, idiota -annunciò-. Ci vado e la supplico che domani battiamo quei brasiliani di merda 4 a 0.

-Chiedile anche che vinciamo ai rigori.

-E ci andiamo tutti -disse a sorpresa il Pàjaro, che sembrava quello più riluttante.

-Ma dai, pensa se ci vedono -disse Agu.

-Se ci vedono, cosa? Stiamo andando in chiesa mica in un bordello.

-Proprio per questo. Pensa se ci vedono le sciacquette della Facoltà.

-Ci andiamo tutti, scemo -prese fiducia il Faca-. Più gente c’è a chiedere qualcosa, più gli danno retta, questo è sicuro.

-Ma tu credi che questa Madonnina faccia un sondaggio, un’analisi di mercato? Sei un po’ confuso, amico.

-E si può andare così? -il Pàjaro si guardò il pancione nudo, il costume quasi fino alle ginocchia, le infradito.

-Ragiona un attimo e chiediti se puoi andare così, idiota. Devi metterti qualcosa addosso.

-Gli indù non ci vanno così? Non ci vanno in mutande, quasi nudi?

-Sono di un’altra religione, caro.

-Sono una religione estiva, loro.

-Andiamoci subito oggi pomeriggio -alzò la voce euforico il Faca, entusiasta per l’insperato supporto dei suoi amici-. A che ora ci troviamo?

Si fermarono, mettendo insieme i soldi per pagare la birra.

-Questi sono fuori di testa -notò, quasi gridando, il Pàjaro-. Io, in chiesa.

Facundo lo abbracciò, un po’ di lato, in un gesto affettuoso che sembrava piuttosto una trovata per immobilizzargli le braccia.

-Funzionerà, Pàjaro, funzionerà. Dio ci aiuterà. Non sai che fa miracoli?

-Lascia stare, cazzone…Dio si dovrà sforzare parecchio per salvarci da questa situazione.

-Non sai che fece camminare Lazzaro?

-Meglio che faccia correre Vitamina* allora!        *Pablo Andrés Sànchez, detto “Vitamina”, centrocampista del Rosario Central

-Si dovrà sforzare parecchio.

Quando il Pàjaro scese dall’autobus nell’Avenida Alberdi, il Faca e Agustìn erano già appoggiati all’inferriata della chiesa, un po’ a disagio, in attesa. Erano quasi le sette di sera ma il sole continuava a picchiare forte e, nonostante questo, nessuno dei due aveva osato entrare neppure nel piccolo cortile di fronte alla scalinata, che riceveva un po’ d’ombra. Tantomeno sedersi sui gradini, dov’era fresco. “Mi avrebbero dato una moneta, idiota”, spiegò Agu. Poco dopo arrivò il Pachu, riluttante, ma tutto sommato affidabile. Tutti, senza averlo concordato prima, avevano abbandonato i pantaloncini corti e le t-shirt optando per jeans leggeri e magliette di marca. “Elegante sport”, giustificò il suo cambio il Pachu, senza allentare il suo ruolo di duro, di intollerante davanti all’onnipotenza della Chiesa.

-Entriamo? -chiese Agu, indeciso o forse aspettando che qualcuno facesse il primo passo.

-E’ aperto? -il Pàjaro guardò verso il campanile.

-Certo, idiota. Non vedi la luce?

-Il vocabolario, ciccio. Modera un po’.

-Siamo venuti a supplicare, dopo tutto. Non ci ha chiamato nessuno.

-Aspetta, aspetta un attimo -li trattenne il Faca-. Mia mamma mi disse una cosa importante. -Lo guardavano tutti-. La Vergine bisogna supplicarla. I santi non cedono.

-Se è vergine è perché non ha mai ceduto, caro -si tirò indietro Agu, sprezzante.

-Dai, imbecille… -mise fretta il Pachu-. Mi fa un certo effetto se mi vedono qui.

Entrarono prima al cortiletto frontale e poi salirono i pochi scaloni.

-C’è molta gente dentro, Faca? -chiese il Pàjaro-. Hai visto entrare molta gente?

-No. Quasi nessuno -avevano automaticamente abbassato la voce.

Il primo ad attraversare il portone di legno laterale fu Agustìn. E si fermò lì, un paio di passi all’interno della navata, intimorito. “E’ più grande da dentro che da fuori”, sussurrò. Gli altri dovettero spingerlo perché continuasse a camminare. Però l’ansia e quella certa eccitazione gli erano passate, lasciando spazio a un atteggiamento riservato, curioso e leggermente imbarazzato di fronte all’enormità, al silenzio e alla calma del salone.

Appiccicato alla schiena del Faca, Agustìn gli mormorò all’orecchio.

-Non ci si deve mettere niente in testa?

Faca scosse il capo. Essendo quello che aveva avuto l’idea, l’avevano preso come referente, ma anche lui era un po’ dubbioso sui passi da seguire.

-Ecco perché ci viene tanta gente in chiesa -sussurrò Pachu.

-Perché? -il Pàjaro guardava verso l’alto, verso gli archi lontani della volta, la luce multicolore che entrava attraverso le vetrate.

-Perché c’è fresco.

Il Pàjaro soffocò una risata, e anche gli altri. Questo li rincuorò.

-Ma se non c’è nessuno, idiota -osservò Agu.

In realtà c’erano tre o quattro persone, disperse nell’ampiezza del luogo. E nessuna si era accorta dell’irruzione del gruppo. E anche se qualcuno si era accorto di loro, non aveva prestato attenzione. C’era un senso di timore, un’atmosfera di supplica fra i pochi presenti, quasi tutta gente anziana, che spingeva i ragazzi a moderarsi.

-Che facciamo ora? -mise fretta il Pàjaro.

-Cerchiamo una Madonna -disse il Faca, facendo uscire le parole dall’angolo della bocca. Poi cominciò a camminare verso una delle navate laterali, dove si vedevano immagini sacre, quadri e confessionari. Passarono davanti a un paio di figure minute, adornate profusamente e in modo disordinato con dei fiori. Non si fermarono davanti alla prima perché in corrispondenza del piedistallo pregava, malinconico, un uomo ossuto e scapigliato, quasi un barbone. Faca non si fermò neanche davanti alla seconda, pochi metri più in là: il busto di una Madonna che reclinava delicatamente la testa su un lato e alzava la mano destra, come se segnalasse qualcosa con il dito indice, facendo un gesto poco chiaro.

-E questa, Faca? -Agustìn, che lo seguiva, chiamò a bassa voce. Faca si voltò.

-Non lo so -inarcò le sopracciglia, alzando le spalle.

-Dai, Faca -il Pàjaro si unì ad Agustìn-. Questa è una Madonna.

-Che Madonna è?

-Vai, vai! -li mandò avanti il Pachu, quasi spingendoli. Magari più avanti ce n’è una migliore.

-Che so io che Madonna è: chiediamo.

-Dai, idiota -insisté, arrabbiato, il Pàjaro-. Non mettiamoci a girare per tutta la chiesa rompendo le palle alla gente.

Discussero per qualche secondo in un crescendo che terminò quando il Faca, dalla sua posizione di esperto, agitò le mani in aria come se volesse scacciare una mosca.

-Ci mandano via, idiota! Ci cacciano! -era esasperato. Fecero silenzio. Nonostante il piccolo momento di nervosismo, nessuno aveva fatto caso a loro. Pachu lanciò un’occhiata generale, ma non si vedevano preti o religiosi che potessero richiamarli all’ordine.

-Va bene qui -propose Agu-. Va bene qui.

-Sì, mettiamoci qui -approvò il Faca-. E’ bella questa Madonna.

-Sì… -disse, corrugando la fronte, il Pachu- …però guarda la manina… -Indicò con il mento la mano della statua, che sembrava segnalare qualcosa con il dito indice in alto.- Ci promette un gol solo, a noi ne servono quattro.

-Basta, idiota! -si infuriò, davvero, il Faca.

-Sì, smettila Pachu -rincarò il Pàjaro.

Si schierarono davanti alla statua, a un paio di passi da lei, immobili, con le teste leggermente chine. Agustìn bisbigliò da dietro:

-Io approfitto per pregare anche per mio nonno -annunciò. E si girò, camminando quasi in punta di piedi fino a una delle lunghe panche di legno scuro.

-Dai -acconsentì il Faca-. Ti aspettiamo qui.

-Prega anche per il Central -sussurrò, energicamente, il Pàjaro-. Non fare lo scemo.

Il Faca fece un cenno, autoritario.

-E’ fottuto il nonno di Agu? -chiese con un filo di voce il Pachu, da sopra una spalla. Il Pàjaro lo guardò, agitò la testa in segno positivo, alzò le ciglia e di tutta risposta si morse il labbro inferiore.

-Dai, amico, andiamocene -reclamò Faca.

-Su, comincia… -disse Pachu, ansioso per il compito che li attendeva-. Che devi stare a dirci a noi?

Come una cosa risaputa, consolidata da secoli di civilizzazione cristiana, i tre accoppiarono le mani davanti a sé, con le braccia rilassate, abbassarono la testa e chiusero gli occhi. Rimasero così a lungo. Ben presto si unì a loro in silenzio Agu, che aveva già terminato di pregare per suo nonno. Poi, come se si fossero messi d’accordo, alzarono lo sguardo, scuotendo le spalle e apparentemente uscendo da uno stato di trance. Il Pàjaro, più vivo, sollevato forse dall’aver compiuto il rito, trovò il coraggio e fece una cosa che aveva visto in qualche film. Avanzò di due passi e con la punta delle dita toccò il volto della statua sulla fronte.

-Ci darà retta, eh? -chiese Faca, arricciando il naso.

-Neanche per sogno -disse Pachu.

-Sai quanta gente la supplica ogni giorno? -aggiunse l’Agu, come scoraggiato all’improvviso.

-Non si ricorderà di tutto.

-Più che pietà, quello che le serve è una buona memoria.

-Per favore, per favore -esclamò a voce alta e in uno strano tono il Pàjaro, per avvertire che si rivolgeva alla statua e non ai suoi amici-. Fai che domani il Central batta cinque a zero il Mineiro.

-Però ricordati! -aggiunse Faca.

-Insisti, insisti perché se no non ci darà retta questa tipa..

-Ci ascolterai? -minacciò il Pàjaro. Aveva afferrato con la mano destra il dito indice esteso della statua-. Ci darai retta?

-Rompile un ditino, rompile un ditino -ordinò il Pachu.

Con un’impercettibile smorfia di fatica sul viso, il Pàjaro fece pressione con le dita finché, improvvisamente, smise di farlo. Poi si mise il pugno chiuso nella tasca dei jeans. Del dito inquisitore della Madonna, restava soltanto la prima falange.

-Così si ricorderà -approvò il Pachu. Gli altri non dissero nulla. Si voltarono verso la porta e si avviarono a uscire. Prima di abbandonare la navata, si girarono a guardare verso l’altare principale e, in segno di rispetto, chinarono la testa.

(Plegarias a la Virgen, di Roberto Fontanarrosa, “Una lecciòn de vida y otros cuentos”, 1996)

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C'era una volta un "bimbetto" toscano che amava sognare: una notte aveva addosso la maglietta del Borussia di Dortmund, brividi lungo la schiena nella pancia del Westfalenstadion; la notte successiva sedeva a un tavolo con Pelé e Platini, inscenando un'intervista senza tempo; e c'erano tante altre notti, prima e dopo di quelle. Oggi quel bambino è cresciuto ed è innamorato della vita, una vita ancora fatta di sogni...

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