Diamanti grezzi e idoli consacrati: Italia-Inghilterra the day after
Vincere e convincere, due verbi che la Nazionale Italiana non riusciva ad accostare dalla notte dei tempi. Bisogna tornare almeno al Mondiale di Germania 2006, infatti, per ritrovare emozioni e illusioni pari a quelle create dal trionfo ottenuto ieri sera contro l’Inghilterra. Una qualificazione senza se e senza ma, frutto di una partita tenuta saldamente in pugno per 120 minuti. La partita di De Rossi e Bonucci, di Buffon e Balotelli, di Montolivo e Abate; ma, soprattutto, la serata di Pirlo e Diamanti, entrambi -per motivi e in modi diversi- decisivi nel perentorio successo azzurro.
Quando il regista bianconero si è presentato dagli undici metri, dopo oltre due ore di gioco a livelli qualitativi e atletici spaventosamente alti, l’Italia aveva le mani nei capelli. Tirava una brutta aria di beffa, con tutte le occasioni lasciate sul campo e l’errore di Montolivo che, dal dischetto, aveva chiuso troppo la conclusione, spedendo il pallone sul fondo. Si vede Pirlo che percorre lentamente il tragitto fra centrocampo e area di rigore; si notano la testa alta e lo sguardo fisso su Hart nel momento di sistemare la sfera sul cerchio di gesso. “L’ho visto carico, troppo carico”: ecco l’alibi di Pirlo, per giustificare un “cucchiaio” che rappresentava invece molto di più di un semplice modo per battere il portierino inglese. In quel tocco di fino c’era l’esempio, c’era il filo rosso che riportava al Mondiale vinto sei anni fa e a Francesco Totti, ai mille modi in cui l’Italia sa reinventarsi e superare se stessa. L’Inghilterra era noi, era catenaccio e contropiede, era la nostra brutta copia, era accademia spicciola e sterile: noi sappiamo essere molto altro, e “classy” Pirlo l’ha voluto far capire ai suoi compagni, soprattutto alla nuova generazione che forma l’ossatura di questa nazionale.
Una nuova generazione che ha il suo massimo rapprensentante in Mario Balotelli, ottimo ieri sera al netto di qualche buona occasione da rete sciupata malamente; una nuova generazione che ha scoperto Alessandro Diamanti: De Rossi ha detto “non lo conoscevo, intendo come persona, e si è subito creato un forte legame perché vediamo il calcio e la vita allo stesso modo”. Come dicevo poco sopra, il vecchio e il nuovo sembrano aver trovato l’amalgama giusta, riprendendo in mano il filo rosso che sembrava spezzato dopo il confronto con la Spagna a Euro 2008. Diamanti è entrato e ha dato il suo contributo, finendo in copertina per il rigore del trionfo: quando sei anni fa la stessa sorte era toccata a Fabio Grosso, Diamanti giocava a Prato in C2, suscitando lo stupore della stampa locale toscana (anche il mio, in effetti) che lo ammirava domenica dopo domenica e ne preannunciava un futuro ai più alti livelli. Ecco, quel futuro è arrivato.
Le pecche, i difettucci caratteriali e le mancanze atletiche, hanno avuto stavolta un ruolo marginale: potevano permetterci di sbloccare il risultato e poi di chiudere in anticipo la partita, evitando i supplementari; oppure di uscire dal campo con le ossa un po’ più integre, in vista di una semifinale che ci mette ancora una volta di fronte la Germania. Ma non hanno determinato niente, alla fine dei conti, e ce ne possiamo francamente infischiare.
Il cammino, adesso, è dei più ardui, ma era prevedibile: pensare di arrivare in fondo a quest’Europeo senza incrociare una delle due favorite era quantomeno azzardato; ritrovarsi a doverle affrontare entrambe può essere un incubo, ma anche una molla decisiva in termini di motivazione e consapevolezza nei propri mezzi. Come in quei grandi tapponi dolomitici, in cui c’è uno strappo nei primi chilometri che serve a testare il gruppo (per noi, Spagna-Italia 1-1), una lunga e faticosa ascesa progressiva (Italia-Croazia 1-1, Italia-Irlanda 2-0) e un muro ai 30 km dal traguardo che può mescolare le carte in tavola (Italia-Inghilterra 4-2 ai rigori). Ora siamo qui, ancora in gruppo, ancora compatti, ai piedi dell’ultima rampa.
