Londra 2012 – Bradley Wiggins, l’uomo che sfidò il “Big Ben”

Londra si sveglia ogni giorno al suono di quella magica campana posta nella Clock Tower. Una musica incantata, ispirata da un compositore inglese, che ha sfaccettature patriottiche, storiche e mitiche. Questa mattina, un uomo, costituito maggiormente da talento e concentrazione, ha ascoltato molto attentamente quella melodia, ripetuta ogni quindici minuti, che gli ha scandito i secondi di attesa all’appuntamento che è stato fissato quattro anni fa, in quella lontana Pechino, dove fece una promessa a se stesso: avrebbe vinto il Big Ben. Sarebbe riuscito ad aggiudicarsi un posto nel circolo degli Dei, avrebbe scritto il suo nome nel grande albo di quei giochi tanto antichi, nati molti secoli fa in Grecia e avrebbe preso il posto che gli compete nella storia del ciclismo mondiale.

Proprio lui, quel ragazzo definito “mod” per il suo essere inglese al cento per cento, quella macchina da guerra, capace di sconfiggere anche il vento con le sue menate in bicicletta, è pronto a tutto, ma deve vincere. La perfezione dei suoi movimenti, la lucidità delle sue pedalate, la sua schiena che sembra quasi piegarsi al volere della signora velocità, tanto da diventare una tavola piatta, dove poggiare un bicchiere di champagne per essere certi che non verrà versata nemmeno una goccia, compongono la sua firma e la sua fama. Lui, con quella storia particolare alle spalle, da sembrare un pezzo di ghiaccio, che nemmeno il caldo sole di agosto ha saputo sciogliere, con quel piccolo e rassicurante sorriso, indossato come si fa con il vestito buono, solo nelle occasioni di lusso, di gioia e di profonda soddisfazione.

Al cancelletto di partenza programma tutto, Bradley, con gli occhi nascosti dai suoi occhiali inseparabili, il corpo ricoperto di una seconda pelle, con stampata sopra la Union Jack, un caschetto che prende a schiaffi l’aria. Quell’orologio, piazzato su quella maestosa torre, lo controlla, lo bastona, cerca di far di lui la sua vittima, colpendo il suo cuore con la lancetta dei secondi che va avanti. Quando parte, non si scompone Bradley, rimane concentrato, spinge su quei pedali, che sembrano crollare sotto i suoi piedi, non si cura di ciò che gli sta intorno, in quel momento ci sono solo lui e il suo avversario: quel maledetto orologio, che non ha intenzione di fermarsi. E mentre i tifosi lo chiamano, lo acclamano, si accalcano a bordo strada per applaudirlo, li ascolta, li percepisce, li sente dentro, come un secondo motore che lo spinge, un altro cuore che batte all’unisono con il suo.

Al primo intermedio, comincia ad immaginare Bradley, inizia a spingere sempre di più, ha deciso che deve vincere, non può mollare, deve resistere, vuole continuare a dare tutto se stesso. Passano i chilometri, sopraggiunge inesorabile il momento della verità, l’ultimo chilometro, con la fatica che comincia a farsi sentire, il sudore che cola dalla fronte, l’acido lattico che fa capolino all’interno dei muscoli delle gambe. Tutto si decide ora, con l’ultimo colpo, l’ultima pedalata, ma la lancetta scorre, la Clock Tower non lascia scampo a nessuno, i secondi volano, la velocità aumenta e i battiti sono incontrollabili.

Un boato gli ricorda che la promessa è stata mantenuta, il suo traguardo l’ha tagliato ancora una volta da vincitore. Sul podio Bradley sogna, ascoltando le note di “God Save The Queen”, si emoziona, con quella medaglia al collo, che pesa più di un macigno, che lo ha reso leggenda, per l’ennesima volta. Lo sguardo si perde nel lontano orizzonte, dove spunta quella austera costruzione, l’orribile macchina letale, la temibile “Torre del Tempo”. Non soffia vento oggi a Londra, non sentono ticchettare gli orologi, tutto è immobile di fronte a colui che ha sfidato l’infinito.

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Studentessa all'ultimo anno di liceo scientifico con un sogno nel cassetto: riuscire a trasmettere alle persone il mio stesso amore per il ciclismo e raccontarlo in modo da farlo assomigliare ad una favola e sfatare il mito che lo sport è solo competizione.

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  • Matteo

    Ha fatto un qualcosa di incredibile.Era il grande favorito e correva in casa: la pressione sulle sue spalle era enorme. Ma lui come niente ha fatto spallucce e ha azionato quei pistoni che ha al posto delle gambe andando a stravincere.
    Non so in quanti ci sarebbero riusciti.
    Onore a Wiggo.

  • Sergio Loi

    Eh sì Matteo, ha avuto il merito innanzitutto di non staccare la spina dopo un faticoso Tour de France, ha fatto il massimo nella prova in linea e si è scatenato contro il tempo. La stagione perfetta.

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