A Londra si brinda con un Vino d’altri tempi

Un cielo particolare ad accogliere i cinque cerchi olimpionici su due ruote quest’oggi nella capitale inglese, pigmentato di un rosa antico, simile a quello dell’abito della regina durante la cerimonia d’apertura di questi giochi olimpici, disturbato da nuvole bianche, somiglianti a tante pecorelle. E ce n’è una in particolare che racconta una storia, quella di un ragazzo destinato alla gloria.

Questo racconto parte da una serie di sfortunati eventi, avvenuti lo scorso anno al Tour de France, che perse molte delle sue stelle a causa di varie cadute. Tra questi coraggiosi soldati caduti al volere del destino, ne troviamo uno in particolare, che è il protagonista di questa nostra avventura. Si sa che gli eroi delle fiabe, finiscono la loro storia in mezzo a successi, felicità e festeggiamenti, ma lui no, è perseguitato dalla sfortuna, che gli ha impedito di realizzare uno dei grandi sogni della sua vita: alzare lo sguardo verso il cielo di Parigi, indossando quell’emblema color dell’oro, il tesoro di coloro che vincono la corsa a tappe più prestigiosa del mondo. Ma a lui questo fu negato dalla frattura del femore destro, che sembrava contrassegnasse anche la fine della sua carriera ciclistica.

Un guerriero venuto dal Kazakistan, vincitore di una Vuelta a Espana, trionfatore per due volte sul traguardo di una delle classiche monumento che scrive la parola “fine” sul traguardo di Liegi, un’Amstel Gold Race, due bronzi ai Mondiali e un argento alle Olimpiadi di Sydney non meritava certo di terminare i suoi sogni di gloria per colpa di una stupida caduta.
Così, armato del coraggio di un uomo che ha appena perso tutto, ha trovato la forza di ricominciare, di voltare pagina e soprattutto la voglia di tornare a battersi. In lui la fiamma della vittoria non ha mai smesso di ardere ed è tornata più vivace di prima.

In questo 2012, quello stesso coraggio, gli ha consentito di presentarsi davanti al simbolo del potenza britannica, davanti a quella reggia dove, in preda al vento, sventola con fierezza la bandiera nazionale. E ci sperava, Alexandre, all’imbocco della Box Hill, di tornare a ruggire come il leone sulla bandiera fiamminga, di tornare a splendere come il sole raffigurato sulla bandiera della sua nazione. Il “Dream Team” inglese si dimostra ancora una volta la più forte, quasi invulnerabile, protetta da uno scudo infrangibile, non si fa sorprendere, sembra quasi che la vittoria sia scontata.
Entra in gioco la filosofia di Cartesio, il quale sosteneva che l’essere umano è imperfetto, non è infallibile, si lascia condizionare dalle passioni. Che sia stato questo il punto debole dello squadrone britannico è impossibile da sapere, ma le carte in tavolo dimostrano, ancora una volta, che l’effetto sorpresa è sempre la mossa vincente. Si scatena la bagarre e la fuga entra in porto. Tra gli uomini al comando, c’è anche il protagonista della nostra favola, ad un passo dal Monte Olimpo. La sua esperienza, la sua saggezza, il suo essere scaltro più di una volpe e le sue sensazioni gli bussano alla porta del cuore, costringendo le sue gambe ad accelerare il passo, a portarlo nel posto dove ha sempre meritato di essere: in testa alla corsa.

Uno scatto secco, quasi impercettibile, elegante, puntuale, una progressione partita quando mancavano  all’incirca cinque chilometri ai cancelli di Buckingham Palace. Una lotta a due, un duello all’ultimo sangue, degno di essere descritto in un’opera teatrale di William Shakespeare: due valorosi cavalieri a contendersi lo scrigno d’oro. E il leone kazako ha iniziato a ruggire, sempre più forte, arrivando a braccia alzate sul traguardo londinese, rendendo reale e tangibile il desiderio che ardeva dentro di lui, riscattandosi, vincendo ancora. Fu così, che la nostra storia, nella città della musica rock e dell’anticonformismo per eccellenza, trova il suo giusto finale.

Anche il vento ha smesso di soffiare, persino la Union Jack si è inchinata al nostro eroe, che può finalmente tornare ad assaggiare il sapore della vittoria, sotto quel cielo particolare, scortato dalla nuvoletta che ora può scrivere le ultime parole a questa lunga storia e finalmente chiudere il libro. Non resta che concludere, forse malinconicamente, la nostra storia, di cui si parlerà per molto tempo, salutando con una lacrima che bagna il freddo asfalto, ricca di tante emozioni, semplificabili in due semplici parole: Goodbye, Vino.

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Studentessa all'ultimo anno di liceo scientifico con un sogno nel cassetto: riuscire a trasmettere alle persone il mio stesso amore per il ciclismo e raccontarlo in modo da farlo assomigliare ad una favola e sfatare il mito che lo sport è solo competizione.

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